I’m so glad that my memorie’s remote / ’cause I’m doing just fine hour to hour, note to note
Lei le persone le conosce intere ma poi le mancano a pezzi. Non riesce a ricordarle tutte dalla testa ai piedi, quando le pensa, le tornano in mente solo alcuni dettagli: il mento di lei mentre era sdraiata sul divano, il modo che lui ha di dire ciao, la sinestesia della trama solo osservata dei suoi capelli e della sua pelle, il modo in cui contrastano come la crema in mezzo ai biscotti. Come lui camminava. Come lei giocava con gli anelli che aveva alle dita. Le sue mancanze sono come un album di immagini sfocate che lei sfoglia a occhi chiusi, ricordando odori, sapori, sensazioni.
All’inizio ci sono le mancanze colmabili: il profumo che si sente affondando il naso in mezzo alle orecchie del suo gatto, per esempio. È questione di minuti prima che lui torni a strusciarsi sulle gambe di lei e salti sulla scrivania dove lei lo afferrerà per annusarlo. Il modo in cui lei ritaglia i tovaglioli di carta al bar, lo rivedrà oggi pomeriggio.
In fondo ci sono le mancanza incolmabili. La morbidezza dell’abbraccio di sua nonna. Lo sguardo di lui illuminato solo dalle immagini sullo schermo che trapassa con gli occhi. Il chiacchiericcio coperto dal rumore del motore mentre lei si addormenta sul sedile posteriore.
Le persone intere hanno sempre dei difetti, per questo nel ricordo sono a pezzi, nel suo ricordo – ogni volta che riscrive la sua storia lei cancella un momento triste, un dolore, la sua memoria è composta di piccoli pezzi di perfezione. Il modo in cui i raggi del sole entravano dalle persiane appena accostate, con l’inclinazione che possono avere solo in quell’ora del giorno, solo in quel giorno dell’anno, solo con quel particolare clima, a illuminare qualcosa di altrettanto irripetibile. Le parole rivelate una volta e mai più e la sensazione della sedia di legno, il modo in cui rimanda indietro la pressione della carne al corpo. Quell’ultima telefonata alle tre del mattino, la dolcezza di voci impastate e vere. Le regole di quella prima telefonata che sembrava non dovere finire mai.
Delle persone intere si può anche non sentire la mancanza, aggrappandosi a certi dettagli poco piacevoli, che non riporterà qui per non trasformare certe mancanze in risentimenti, in addii.
Le manca il modo in cui lui la ascoltava leggere, le manca la riscoperta di quel sapore, le manca il suono della sua risata dopo il pianto, le manca la sensazione dei suoi occhi sulla sua schiena.
Tutte queste mancanze stanno in mezzo, in disordine, sono impilate e a volte si appiccicano l’una all’altra e bisogna separarle piano, con attenzione, perché non si rovinino. I capelli di lui tra le sue dita. Le lacrime di lei sulla sua spalla. L’attimo prima e l’attimo dopo, il modo in cui si sono curvati per conservare il momento nel mezzo. Il giorno in cui tutto era ancora possibile. Le sue labbra macchiate di fragole. Le parole che non ha detto. Quelle che non dirà, che bruciano scurendosi all’esterno, si infiammano all’interno, si accartocciano e diventano filamenti duri, si sciolgono, fumano via, fuori dalla finestra, a diventare nostalgia per chi le guardi piovere da un treno che ritorna.
