To, too, two
C’è il modo in cui mi penso e il modo in cui mi sono. A volte coincidono, e quando coincidono non c’è niente di interessante da dire, nessuna sorpresa; a volte no, ed è come se mi incontrassi per la prima volta o per la prima volta dopo tanto tempo. Incontrarsi per la prima volta significa fare delle assunzioni sull’altra persona basate su impressioni immediate e dirette. Osservo il modo in cui cammini e ne deduco la tua introversione o il suo contrario, il tuo umore; osservo il modo in cui ti muovi in rapporto a te stessa e a me e alle persone intorno e al mondo ancora più intorno e immagino delle cose sul tuo carattere, che possono o non possono essere vere, che possono coincidere con il modo in cui ti pensi o con il modo in cui ti sei.
Incontrarsi per la prima volta dopo tanto tempo è diverso. C’è una persona che ho conosciuto, di cui sapevo delle cose con quel po’ di certezza che ci arroghiamo nel pensare le persone che conosciamo, e poi c’è un buco di esperienze, di rapporti, di vita, che hanno cambiato la persona conosciuta in modo più o meno profondo – e per un po’ si vede la persona vecchia e poi, intorno alla persona vecchia, inizia a crescere quella nuova. Sei sempre la stessa, non cambi mai, oppure; se non sapessi che sei tu non ti avrei riconosciuta.
Mi penso priva di nostalgia fino a quando non mi ritrovo ad assaggiare o pensare di assaggiare labbra già baciate, per la voglia di tornare e la curiosità di sapere il modo in cui gli anni e gli altri baci cambiano il sapore della lingua, il modo in cui si muove.
Mi penso ancorata al presente fino a quando non mi ritrovo a ispezionarmi ogni centimetro per cercare certe tracce di passato chiedendomi quanto siano ancora visibili per me e per gli altri.
Mi penso incapace di certi gesti per poi ritrovarmi a compierli con la naturalezza di chi, di certi gesti, vive.
Quando mi incontro per la prima volta mi osservo e mi immagino timida, mi accorgo del modo in cui la consapevolezza degli sguardi altrui mi fa inciampare e ne deduco la mia insicurezza, il mio bisogno di approvazione.
Quando mi incontro per la prima volta dopo tanto tempo mi vedo un poco più sicura, un poco meno bisognosa, ma è una sicurezza che mi sta intorno come un impermeabile trasparente, di quelli fatti per usarsi una volta e poi essere appallottolati e buttati via, di quelli che fanno intravedere il modo in cui mi muoverei se non avessi addosso il loro ingombro.
C’è il modo in cui mi penso, che dovrebbe chiamarsi il modo in cui mi piace pensarmi, e c’è il modo in cui mi sono, che dovrebbe chiamarsi: purtroppo, o per fortuna, a seconda dei casi. C’è il modo in cui mi penso forte e mi sono debole e, a volte, il suo contrario – mi assomiglio nel modo in cui somiglio a quella foto in cui ho i capelli scarmigliati e le forcine tra le dita piccole, nel modo in cui sono uguale a mia madre ma solo quando rido, nel modo in cui sono uguale a mio padre ma solo quando sono stanca. Mi assomiglio nel modo in cui non avrei mai voluto assomigliarmi eppure non c’è niente che cambierei di ciò che sono, di ciò che sono stata; faccio sempre in tempo, penso, a cambiare quella che sarò, e sarò nel modo in cui mi penso o nel modo in cui mi sono, sempre io, sempre me, sempre loro.

Mi lascia interdetto, le parole che vorrei dire mi si strozzano in gola, come se un fiume di significati scaturiti fosse fermato da diga di cemento.
Non so se è un bene o un male che possa rimanere senza parole. {nissl}
è un bene finché rimangono le parole per dirlo. grazie.