Love Is So Real [*]

Siamo fatti degli istanti che abbiamo costruito e di tutte le volte che ce li siamo raccontati aggiungendo dettagli, quelli che ricordo io, quelli che ricordi tu. Adesso, per esempio, mi viene in mente quella volta – eravamo in mezzo alle luci e alla nebbia e non finivamo più di sorridere; eravamo in un cinema a tenerci così stretti da lasciarci lividi; eravamo in un parcheggio ad ascoltare la radio e scattarci fotografie sgranando gli occhi; eravamo, eravamo, eravamo. Siamo.
Cosa siamo? Ci vedo, adesso, cercare le parole per dirci. Passiamo il tempo nella penombra e ce le cerchiamo addosso, tu mi perquisisci, io ti perquisisco, ci frughiamo voraci come se fossimo fatti di tasche nascoste, come se fossimo sicuri di trovarci. Ci accusiamo in silenzio e giochiamo a guardie e ladri, dove hai messo le mie parole? Senza accorgerci di essere scatole che contengono scatole che contengono scatole, momenti che contengono momenti che contengono momenti, scordiamo la nostra missione – viviamo in bolle fatte di parole, immagini, suoni, sonno. Ci stiamo ancora imparando anche se siamo già il nostro futuro – c’è una parte di noi che è già stata nel momento in cui tutto finisce e sa che saremo insieme, ci sono chilometri di pellicola che si srotolano e si arrotolano perché il presente è questo, l’equilibrio tra il passato che stiamo costruendo e quello che abbiamo costruito nei giorni che verranno -
se sbagliamo così spesso i nostri verbi, quando siamo nella tenda, è perché non abbiamo tempo, avendo tutto il tempo del mondo, avendolo avuto -
capisci cosa voglio dire? Quando diciamo, pensiamo, neghiamo di avere detto, pensato: per sempre, è questo che sentiamo, questa cosa la cui parola tieni nascosta tengo nascosta e ce la leggiamo nell’attimo prima di abbassare lo sguardo quasi arrossendo, nascondendoci tu nel mio collo, io nel tuo, così che nessuno possa vederci in volto, così che sia la stessa pelle a sentire la pelle tendersi in un sorriso.
Ci siamo letti prima ancora di venire scritti, ci siamo letti per come avremmo voluto essere scritti e, ora che ci scriviamo, siamo costretti a seguire la trama che solo intuivamo. Non sapevamo i colpi di scena per non dovere fingere sorpresa, ma mostrarcela genuina ogni volta che ci ritroviamo e, nell’altro, ritroviamo la strada – per questo non ci stanchiamo mai di percorrerci avanti e indietro, di costringerci l’uno alla forma dell’altro perché nessun’altra forma ci si addica mai più. Non sono perfetta per te, non sei perfetto per me: ci rendiamo perfetti con la pratica. Per questo non smetteremo mai di cercarci – è l’unico modo che abbiamo per trovarci sempre, come se fosse la prima volta e l’ultima insieme – sappiamo l’eterno e come sentirlo. Così. Così. Così.

[*]

F.E.E.L.I.N.G.C.A.L.L.E.D.L.O.V.E

Stavo per correre giù per le scale, per cercare di raggiungerti, fermarti, dirti: ho capito. Ho guardato l’orologio ed erano già passati tantissimi minuti, da quando te ne eri andato, prima di ricominciare a scorrere lentissimi, come se le lancette, muovendosi, pronunciassero il loro nome dilatandolo, al rallentatore.
Ho capito cosa facciamo al tempo, avrei voluto dirti. Non so se sia vero, se io abbia davvero capito cosa facciamo al tempo, ma mi è venuta in mente una spiegazione e potrebbe essere quella giusta, e mi è venuta in mente ripensando a questa notte, a quel momento che ti dicevo, quando eravamo sdraiati uno di fronte all’altra e ci accarezzavamo le caviglie a vicenda e non potevamo parlare perché stavamo ascoltando quell’album e, ogni volta, al momento giusto, ci guardavamo spalancando gli occhi – io sorpresa dalla musica, tu (mi piace pensare) soppresso da me. E ho pensato a tutte le volte che lo facciamo – tu, infilarti gli auricolari, io, le cuffie, e tu mi dici, aspetta, ti spiego un paio di cose, prima, e io ti prendo in giro ma ti ascolto, e hai visto? Non ho più paura di dire la cosa sbagliata, e chiudo gli occhi e ascolto e sorrido. Ci piacciono le cose che assomigliano di più alla vita, in un certo senso, abbiamo detto, anche se la vita fa di tutto per rendersi antipatica ma non importa, non possiamo proprio lamentarci, mi dico.
Insomma, se non fossero già passati tutti quei minuti, se fossi riuscita a correre giù per le scale, a raggiungerti, a fermarti, a dirti: ho capito, ti avrei spiegato cosa facciamo al tempo in questo modo.
Noi, il tempo, lo ascoltiamo con le cuffie. Lo ascoltiamo con attenzione, con la stessa attenzione con cui facciamo tutto e tutto quello che facciamo, in un certo senso, è metterci in ascolto – come quella storia che mi avevi raccontato sulle stazioni radio che trasmettono e trasmettono messaggi e io ero così finché tu non mi hai ricevuto o viceversa o entrambe le cose, ed è come se fossimo fatti tutti di orecchie, è molto semplice, come se avessimo polpastrelli-orecchio e ci ascoltiamo accarezzandoci, una volta, due volte, tornando sui pezzi più difficili, come se avessimo labbra-orecchio e ci ascoltiamo baciandoci, con gli occhi un po’ chiusi un po’ aperti, come se avessimo nasi-orecchio e fronti-orecchio, e ci appoggiamo per leggerci i ricordi e i pensieri, tutto qui.
Per questo, se torniamo indietro di una pagina, ci viene da sorridere, a pensare a quanto eravamo ingenui, a credere che quello fosse tutto, e ci succederà ancora, tra qualche tempo, di di pensare alla notte che è appena passata e al modo in cui abbiamo sorriso della nostra ingenuità sentendo di avere capito tutto, ascoltato tutto, e saremo in un posto che si chiama con il nostro nome e ci misureremo a vicenda, per cercare di capire quanto siamo cresciuti, e la cosa importante è che, comunque, io sarò sempre alta giusta per appoggiarti la testa lì in mezzo e tu sarai sempre alto giusto per piegarti a proteggermi, e io con la mia testa-orecchio sentirò il tuo petto-orecchio e le tue braccia-orecchio e ci scioglieremo a turno in cascate di note, riempiendoci e svuotandoci a vicenda, restando sempre pieni.

Spettro

Ogni volta che mi succede una cosa nuova devo tornare indietro, fino all’inizio, per riscrivere la storia. Ci deve essere un legame tra le cose che succedono, o forse no, ma ci deve essere un legame tra le cose che succedono se voglio essere in grado di raccontarle – ecco, mettiamola così. Raccontare le cose che succedono è un modo per raccontarmi, o viceversa. Potrei dire che raccontarmi è un modo per raccontare le cose che succedono, anche quelle che restano sullo sfondo di quello che racconto e, a volte, basta che mi succeda una cosa nuova perché una di quelle che se ne stava sullo sfondo diventi importante – e mi dico, meno male che la mia storia la scrivo, non la disegno, perché altrimenti a questo punto il disegno sarebbe tutto nero di cose ricalcate e sfumate e cancellate e ricalcate di nuovo e non si capirebbe più niente, anche usando un foglio grandissimo per disegnarmi tutta. Scrivendo si possono lasciare più cose tra le righe, così che resti più spazio per riscriversi, o forse è solo che non so disegnare.
Tu, poi. Ho dovuto riscrivere tutto, sei breve ma sei lunghissimo, e ancora non ho finito di riscrivere e, se ti devo dire la verità, faccio fatica. Era facile scrivere di amori che non erano amori, di dolori che non erano dolori – se le mie lettere avevano un solo colore era per questo motivo, potevo scegliere, volta per volta, un colore solo. Oggi voglio scrivere il rosso, e scrivevo il rosso, e dovevo scrivere solo il rosso, non erano previste sfumature. Oggi voglio scrivere il nero, idem. Se voglio scrivere te, invece, non posso non prendere un po’ del colore dei tuoi occhi, e sì, è lo stesso colore di quei nei che hai sulla gamba, e però non è lo stesso colore della pelle delle tue guance che non è dello stesso colore della pelle delle tue spalle che non è dello stesso colore della pelle della tua schiena – e posso non utilizzare neanche una volta il colore delle tue gengive? Posso non utilizzare nemmeno una volta il colore dei tuoi denti? Posso non utilizzare il colore delle tue vene? Posso?
Sei di tutti i colori insieme, e io finisco per sporcarmi le mani come quando cerco di usare i pennarelli e, come quando uso i pennarelli, non riesco che a tracciare delle linee goffe. So quale forma hanno i tuoi occhi, ho studiato il modo in cui le tue ciglia si allungano e si incurvano e proiettano la loro ombra sulle palpebre o sulla radice del naso a seconda della luce in cui ti guardo; so cosa provo nel momento in cui li guardo e li studio – e già sto dicendo una bugia, perché provo tante cose insieme e non le so dire tutte, soprattutto nei punti in cui sfumano l’una nell’altra trasformandosi e trasformandomi. Mi rendi cangiante di sentimenti, se mi guardo dentro sono un caleidoscopio, e in ogni immagine che produco c’è una parte di te che è sempre stata lì, anche se l’ho saputo solo quando, finalmente, mi hai fermato lo sguardo prendendomi il viso tra le mani.

Tell me where’s your hiding place / I’m worried I’ll forget your face [*]

C’è questo desiderio che mi viene, incontrollabile. Come potrei definirlo? Se la tua pelle fosse carta, vorrei scriverla e poi accartocciarla per poterla tenere tra le mani intera, senza dovermi affannare a cercare di combaciarti e sentirmi i palmi pieni di te, sempre. Come potrei definirlo? Se la tua pelle fosse stoffa me ne avvolgerei, se la tua pelle fosse pelle vorrei che fosse la mia – e avrei perfezioni che non ho mai avuto e imperfezioni nuove, ma senza più patire il freddo.
Dice che desiderare in origine significasse: fissare attentamente le stelle, che sono lontane, che non possono essere possedute – se in origine avesse avuto a che fare con i sassi o con le foglie me ne sarei già riempita le tasche, mi sarei riempita le tasche di te per sprofondare nel nostro fiume anziché accontentarmi di bagnarmici le mani.
Dico che non so cosa significhi, adesso, desiderare, perché questa cosa che provo anche quando ti ho accanto somiglia non al fissare le stelle, ma al fissarti le spalle, come se fossi sempre sul punto di andartene o di voltarti verso di me – entrambe le cose allo stesso tempo, la nostalgia e il suo contrario – come se in ogni istante ti perdessi e ti ritrovassi -
quel terrore che prende, a volte, al risveglio, prima di riconoscersi e di riconoscere la propria vita fuori dal sogno, che è subito accompagnato dal sollievo -
quell’ansia che mi prende, a volte, prima di voltarmi e riconoscere il tuo viso e trovarlo nuovo, e poi nuovo, e poi nuovo, e sistemarmi i capelli davanti allo specchio intrecciando le dita al ricordo delle tue e scoprire di stare iniziando a somigliarti, come se mi stessi contagiando del tuo sguardo, delle tue espressioni, e vorrei essere io ad ammalarti, e guarirti ammalarti guarirti farti sentire il desiderio di rendermi carta, stoffa, pelle, di tenermi, avvolgermi, indossarmi, ingarbugliarti la lingua donandoti il mio accento, i miei modi di dire, spettinarti le ciglia mentre dormi, così che al tuo risveglio tu possa vederti con i miei occhi, scambiare i miei capelli con i tuoi, il mio naso con il tuo – in fondo sono complementari, si incastrano – per ridere di noi, solo per il gusto di sentirti vibrare la gola e volertela baciare.

[*]

Cristallino

Quando sono andata dall’oculista, l’ultima volta, era tutto diverso. Avevo smesso di andarci dopo quel periodo in cui avevo smesso di vedere i contorni delle cose – non è proprio così, era più come se non vedessi la cornice, forse, o comunque vedevo bene il centro e poi tutto iniziava a offuscarsi man mano che cercavo di allargare lo sguardo.
Mi ero accorta di vederci peggio, di avere iniziato a strizzare gli occhi per mettere a fuoco le cose lontane, ma rimandavo e rimandavo pensando, l’importante è che riesca a vedere quelle vicine, a non perderle di vista, proprio, anche se, col senno di poi, mi sembra di averle perse di vista lo stesso, forse proprio per via di tutto quel tempo passato con gli occhi strizzati a cercare di capire cosa mi stesse aspettando.
Quando sono andata dall’oculista l’ultima volta non mi ha mostrato il solito tabellone con le lettere, si è seduto accanto a uno schermo, guarda, mi ha detto, e il resto non era poi così diverso – la valigetta con le lenti, la montatura pesante sul naso, i rumori, le domande: meglio così o così? E i miei pensieri, anche – sarà davvero meglio così o è solo un’impressione? Sarà meglio così solo in questo momento e poi smetterà di essere meglio così o sarà meglio così per sempre? Perché io non mi fido dei miei occhi, vorrei che ci fosse un modo per capirli senza bisogno di passare attraverso di me, senza che ci sia bisogno delle mie risposte per decidere quanto ci vedo e come. E cosa.
Vedo cose che non vorrei vedere, non vedo cose che vorrei vedere, e anche adesso, con gli occhiali infilati sul naso, rischio sempre di non riconoscermi. Ti ho chiesto: fammi da specchio, ma avrei dovuto chiederti, piuttosto, di farmi da occhiale, da occhio, da retina, da cristallino – qualcosa di più intimo, a pensarci bene, perché saresti una cosa dentro le mie orbite o a contatto con la mia pelle, male che vada, anche se tu mi dici che sono capace di vedermi e forse è solo pigrizia, la mia, abitudine – e potrei, osando, chiederti non solo di farmi da occhiale, da occhio, da retina, da cristallino – potrei chiederti di togliermi questa abitudine, di sostituirla con l’abitudine a te anche se, abitudine, in questo caso, sarebbe il termine sbagliato -
(ieri notte dopo averti salutato sono venuta in cucina col quaderno verde, mi sono arrotolata una sigaretta, ho scritto di noi parole che ti farò leggere un giorno, spero non troppo lontano, e parlavo di una cosa che all’inizio mi sembrava chiamarsi in un modo che non era abitudine ma ci somigliava, finché, scrivendo, non mi sono resa conto che, invece, era una cosa con un nome preciso, con un colore preciso, con un calore preciso: famiglia)
e vorrei che me l’avesse detto, l’oculista, che avevo semplicemente bisogno di te, invece di prescrivermi il collirio e le lenti, ma tu non c’eri mica – lo avessi saputo, avessi saputo che c’eri, non credi che sarei venuta a cercarti? E invece nemmeno riuscivo a immaginarti e, ancora adesso, ci sono momenti in cui mi chiedo se esisti davvero, per questo mi aggrappo lasciandoti i segni, per questo ti cerco come se avessi sete, per questo ti guardo in quel modo che ti fa domandare: stai bene? Sto bene, sto solo guardandomi con i tuoi occhi, vedendomi come avrei sempre dovuto vedermi e se porto gli occhiali è solo per farti dire, che bella che sei. Perché, per la prima volta, ci credo.

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