Come parlare di una cosa senza nominarla mai
La prima non me la ricordo. Ho visto qualche fotografia, ma non è la stessa cosa, anche perché le fotografie, certe fotografie, servono a ricordare le persone, più che i luoghi.
La seconda è quella che è durata più a lungo, anche se è cambiata molte volte, ma solo dentro, o soprattutto dentro – ora che ci penso è cambiata anche fuori, di meno o forse no, non ne sono sicura.
Poi c’è stata quella in cui dormivo sul divano e, alzando gli occhi, incrociavo una mensola piena di fumetti, c’è stata quella di cui ricordo la cucina anche se non l’ho mai usata perché dovevo pranzare e cenare sempre altrove, c’è stata quella che aveva un odore che non riesco a grattarmi via dal naso e si mescola al profumo dei sali da bagno azzurri che non ho mai più usato, e non le voglio bene ma voglio bene a tre cose che sono nate lì e che ho sempre cercato di portare con me, fino a quando – non è passato molto tempo – non ho deciso di fare a meno di tutto per ricominciare da zero.
C’è stata quella in cui la porta continuava a chiudersi e aprirsi perché passavano sempre un sacco di persone, e di molte non ricordo il nome ma, se chiudo gli occhi, riesco quasi a vederne il viso, ed è un peccato che non si possano cercare le facce, con google, per sapere che fine hanno fatto, ma forse in fondo è meglio così, che io non vorrei mica essere trovata, non sempre; c’è stata quella in cui ho pensato che avrei iniziato quel capitolo della mia vita e sul momento mi era dispiaciuto, ricevere quella telefonata, ma poi adesso se ci ripenso era davvero tanto buia, e allora meglio così. Un anno dopo c’è stata quella che mi ha sempre fatto chiedere, chissà come sarebbero andate, le cose, se fossi venuta qui? Ma in questo modo rischio di confondermi, ce n’è anche almeno un’altra a cui penso, se mi pongo la stessa domanda, e allora forse non vale. C’è stata quella che ho visto nascere e c’è stata quella che ho visto morire, c’è stata quella in cui ho pianto molto e quella in cui ho sentito molto freddo anche se tu mi dicevi che sarebbe bastato coprirmi.
In qualche posto c’è una scatola arancione che, in origine, custodiva una macchina per fare il caffè. Adesso è piena di lettere che non rileggo, e per ogni lettera, o quasi, c’è una busta, e per ogni busta, o quasi, c’è un indirizzo, e allora potrei addirittura fare una mappa, anche se non è davvero necessario – ce l’ho in mente e fa un po’ ridere perché è tutta a zig zag, come se fossi elastica e mi tirassi verso certi luoghi e però, poi, non potessi fare a meno di tornare indietro – non riesco a spiegarla, bene, questa cosa dell’elastico, perché non la vedo: la immagino e basta, la immagino sui pollici e fa quel dolore secco anche se il dolore non c’entra, questa volta, anzi.
Adesso c’è questa, e mi viene da pensare che sia diversa da tutte le altre anche se poi, in fondo, no, non c’è niente di così diverso. Sì, ci sei tu, e infatti assomiglia, in un certo senso, a quella prima – ha un volto, è un volto, non un luogo.
Non te l’ho mai detto – non perché volessi nasconderti qualcosa, non ce n’è mai stata l’occasione: mi è sempre mancato un posto che mi somigliasse. Non so se l’hai notato, con le altre non ci azzeccavo proprio, non ti pare? E allora mi viene da chiedermi se anche questa volta sarà così o se invece, un giorno, entrando, ti cercherò sorridendoti e i miei occhi all’improvviso correranno all’indietro per abbracciare tutto e resterò in silenzio per un momento. Dovesse succedere, ricordati che è tutto a posto, che se non parlo non è perché sono arrabbiata o non ho niente da dire. Solo, sarà finalmente successo. E non avrò più bisogno di valigie.
Cose che fanno pensare ad altre cose
Non so perché se penso a casa penso subito: lavatrice. In realtà per me casa è: libri, gatto, più tutte le cose che porto con me anche quando non è casa per sentire comunque casa – in realtà, per me, casa spero arrivi presto a significare noi, perché vorrebbe dire che non ho più paura. Forse è per questo che se adesso penso casa penso subito lavatrice. Lo sai cosa succede ai vestiti, in lavatrice. Prima annegano, poi girano velocissimi, e puoi metterti davanti all’oblò a guardare e immaginarli picchiare contro i vetri, gridare: salvami, sapendo che non potranno essere salvati.
Penso che tra poco i nostri vestiti saranno lì dietro insieme, e forse una mia maglia e una tua maglia si intrecceranno le maniche pensando così di riuscire a farcela, i miei pantaloni e i tuoi pantaloni intrecceranno le gambe pensando così di diventare più veloci ancora della lavatrice.
Mi viene in mente che ci vuole un grande coraggio, ad aprire lo sportello e infilare le tue cose e le mie, scegliere il detersivo, scegliere il programma, chiudere lo sportello, costringere le tue cose e le mie a diventare nostre. Anche a noi succederà una cosa del genere, anche se potremo salvarci da soli senza bisogno di picchiare contro i vetri, nel caso in cui non ci voglio neanche pensare, e forse è sciocco credere che ci voglia coraggio. In fondo si comincia subito, che poi è il motivo per cui tu pronunci parole che prima non pronunciavi e che hai assimilato ascoltandole da me, il motivo per cui io assumo espressioni che prima non assumevo e che ho imparato a furia di guardarti, e anche se non ci si somiglia si finisce per somigliarsi. E i miei maglioni non saranno mai uguali ai tuoi perché abbiamo una forma diversa, ma avranno lo stesso odore perché usciranno dalla stessa lavatrice. Capisci?
A me sembra una cosa bella, questa, perché si resta se stessi e però, allo stesso tempo, non si rimane semplicemente se stessi, si diventa qualcosa di più, qualcosa che è se stessi e che è la nostra somma insieme, e allora, forse, l’unico coraggio che ci vuole è nel decidere di farla, la somma, non sapendo bene cosa ne verrà fuori, temendo di finire in qualche modo per perderci – non nel senso di perdere noi, ma nel senso di perdere noi – e siamo stati fortunati perché la nostra somma dà un risultato niente male ma mica lo potevamo sapere, quando abbiamo deciso di farla, potevamo solo immaginare. Un po’ come la differenza tra lo svitare il tappo di una bottiglia di detersivo e annusare e tentare di capire l’odore che darà ai vestiti, non è una cosa matematica. A volte l’odore sembra pungente, e invece poi il profumo sarà delicato, altre volte l’olfatto verrà ingannato da qualcosa che sembra buono e non lo è. E insomma, col detersivo, male che vada, c’è sempre la possibilità di cambiarlo, di tornare al supermercato e sceglierne uno nuovo. Anche con le persone, certo, anche le persone si possono cambiare, ma le persone hanno gli uncini come certi semi, e allora prima di poterle cambiare te le devi strappare di dosso. Non voglio doverti strappare da dove sei, mi piace il modo in cui mi indossi, è la seconda cosa che mi viene in mente quando penso casa dopo lavatrice, è la seconda cosa che mi viene in mente quando penso casa dopo libri e gatto, e però casa è la prima cosa che penso quando penso a te, e allora mi chiudo l’oblò alle spalle, senza paura. Senza paura.
Punti fragola
Quando faccio la spesa, controllo sempre la scadenza delle cose. Conviene sempre guardare nelle file dietro alla prima, per trovare prodotti più freschi e che quindi dureranno un poco di più – non tanto, se si tratta di insalata si riescono a guadagnare al massimo un paio di giorni, una decina con gli yogurt. Bisogna stare attenti soprattutto quando ci sono le offerte speciali, è un’altra cosa che cerco di non dimenticare mai. Anche a casa, poi, controllo la scadenza delle cose. Quando si fa ordine si finisce per trovare sempre qualcosa che è troppo tardi per consumare, o che ha ancora solo una settimana di vita prima di finire nello stomaco o nella spazzatura.
Alla cassa mi chiedono: hai la tessera? Oppure non me lo chiedono, se ho la tessera la porgo subito, raccolgo i punti. Anche i punti scadono. Durano quanto certe conserve, anni, che quando le prendi ti viene un piccolo brivido a pensare che nel 2015, per esempio, quelle lenticchie saranno ancora buone. Tu, nel 2015, avrai tre anni più di adesso, quasi quattro, perché sei nata a novembre, e se le lenticchie hanno la certezza della loro casa di latta tu non sai neanche dove sarai domani. Può succedere qualcosa anche alle lenticchie, certo, puoi decidere di prepararci la cena, ma non hanno mica sentimenti, le lenticchie, soprattutto se sono già state cotte, o almeno immagino che sia così.
I punti scadono ogni quattro o cinque anni, mi pare. Inizi a raccoglierli sfogliando il catalogo – sei sul divano, c’è una persona che ti abbraccia, che guarda il catalogo con te, e insieme pensate che quella lampada starebbe bene, nella vostra casa, per non parlare di quanto è bella quella trapunta. Con un po’ di pazienza si potrebbe arrivare anche a prendere il forno a microonde, non è un affare? Ti ricordi quella volta che l’abbiamo usato per fare la cioccolata? Comodo, sarebbe bello averlo nella nostra cucina.
Alla cassa mi chiedono: hai la tessera? E mi sono dimenticata di prenderla dal portafogli, rispondo, sì, un attimo, la allungo alla cassiera che mi dice, ricordati che i punti scadono tra poco più di un mese. Controllo lo scontrino. Migliaia di punti. Decine di spese, e ti pare di ricordartele tutte. Il modo in cui ti fermavi nella prima corsia a scegliere la frutta e la verdura. Le preparo in un modo che piacerà anche a te, non fare i capricci. La lista che seguiva i binari invisibili lungo i quali muovevate il carrello. I surgelati sempre per ultimi, dopo avere curiosato tra le riviste.
Ricordati che i punti scadono tra poco più di un mese. Ce l’hai il catalogo?
Il forno a microonde alla fine l’abbiamo preso, ma te l’ho lasciato. Io ho tenuto i punti. Sfoglio il catalogo da sola e penso alle cose che potrebbero servirmi in futuro, quando avrò un letto ma non avrò le lenzuola – ti ho lasciato anche quelle – quando avrò una cucina ma non avrò le padelle – idem. I punti sono i figli dei nostri pasti, li ho in affidamento esclusivo e stanno per scadere, anche se sono durati più di noi. Più di me, che pensavo di essere una scatola di lenticchie, almeno, e invece sono un’insalata pronta, da consumarsi entro e non oltre domani.
Midnight Moves
Me ne sono accorta stamattina, erano le sei e trentaquattro, anche se il dubbio mi tormentava già da qualche giorno.
Succede che ti saluto, ci salutiamo per almeno dieci minuti in cui tu mi chiedi baci e io te li fingo con tutta la verità che posso, ti saluto, ci salutiamo, scrivo veloce qualche parola sul mio quaderno verde per ricordarmi chi sono e mi metto a dormire.
Mi sistemo in una posizione che sia comoda, e per me la posizione comoda è una posizione un po’ accartocciata, avvolta nel piumone, con le gambe che quasi sfiorano il petto a cercare di occupare il minor spazio possibile. Nel corso della notte resto apparentemente immobile, mi risveglio nella stessa posizione, senza avere nemmeno sfiorato le lenzuola intorno, senza avere nemmeno intaccato lo spazio che pure potrei occupare.
Mi dicevano tutti: sarà bellissimo, io mi metto sempre in diagonale, oppure; si sta molto più comodi, ci si sente liberi, e invece io mi addormento e mi sveglio così, senza invadere la sagoma fantasma disegnata al mio fianco ad avvolgermi.
Mi piace pensare che abbia la tua forma, che il motivo per cui dormo così bene quando ci sei tu ad abbracciarmi sia tutto questo esercizio che sto facendo per tenerti il posto, che il motivo per cui dormo così bene quando non ci sei – tranne che nel momento in cui chiudo gli occhi e in quello in cui li riapro senza vederti – sia lo stesso: mi sto solo preparando a un momento che arriverà, e anche il mio corpo sa che è solo una fase di passaggio, questa, una fase in cui mantengo la stessa posizione perché non devo assecondare i movimenti di nessuno, in cui resto immobile come se fossi in attesa, e solo quando mi accorgo che non arriverai, non ancora, ancora per un po’, mi lascio andare, cambio fianco, allungo le gambe, resto in dormiveglia a cercare di trovare quella cosa che mi era stata promessa e che non ho mai trovato e mi chiedo se l’ho cercata davvero, se l’ho cercata abbastanza, mi chiedo cosa sarebbe stato di me se l’avessi trovata, cosa sarebbe stato di noi.
Forse sei arrivato appena in tempo, forse se fossi stato in ritardo anche solo di un minuto mi avresti trovate chiuse le porte. Avrei potuto aprirtele, se non ti fossi scoraggiato – se ne avessi avuto il coraggio – ma non ha senso pensare ai se, sono eventualità che non si sono mai avverate o non si sono ancora avverate se non in un altrove dove non sorrido nonostante tutto.
Alle sei e trentaquattro, quando mi sono trovata così come mi ero lasciata, il corpo a seguirti la curva, avrei voluto scriverti, chiamarti, lanciare razzi in cielo per comunicarti la mia posizione, sono qui, ti sto aspettando. Sono rimasta in silenzio, ho cercato di non svegliarti neanche col pensiero, perché continuassi a occupare quella sagoma senza spostarti – perché sentissi dietro il vuoto che sentivo davanti.
What I Am Today [*]
All’inizio mi sono vista di sfuggita e mi sono riconosciuta come si riconosce una persona che non vedi da moltissimo tempo, che assomiglia ancora un po’ a se stessa ma più alla vita che c’è stata in mezzo e che tu non sai. Ci siamo guardate, io e io, e ho capito che entrambe eravamo indecise – la saluto o aspetto che mi saluti lei? Se faccio finta di non riconoscerla mi sarà grata o si offenderà? Si sentirà sollevata o dispiaciuta? E se mi stessi sbagliando, se io non fossi io, se stessi prendendo un abbaglio? E più la guardavo più mi sembrava di conoscermi. Nello specchio avevo il viso di quando stavo per morire. Bentornata, ho pensato – non abbiamo bisogno di parlarci, ci capiamo con lo sguardo. Quando stavo per morire ero particolarmente bella, forse perché quando una cosa sta per finire inizia a sapere di nostalgia e si sa, la nostalgia ha una tavolozza più ricca di quella del reale.
L’ho riconosciuta dal modo in cui i capelli mi cadevano intorno al visto, dalle fosse orbitali immense. Quando si sta per morire gli occhi diventano più grandi perché vogliono riempirsi di tutto quello che manca – si ha fame, si ha fame di tutto.
Appoggio la fronte all’inferriata. L’aria è fredda, ma ho fame di freddo, ho fame di ferro, ho fame di fumo e aspiro così forte da farmi girare la testa. Sorrido. Qualcuno ha fatto un pupazzo di neve e gli ha avvolto intorno al collo di neve una sciarpa gialla. Il mio collo è nudo se non per il ricordo delle tue mani che lo avvolgono, che è come una sciarpa ma di un altro colore. E io non sono di neve, anche se mi sto sciogliendo.
Penso che se trattenessi il respiro riuscirei a controllare il tempo. Sei alle mie spalle, ma è come se non ci fossi perché non ti guardo se non adesso, con la coda dell’occhio, e improvvisamente ci sei ancora. Vorrei avere una risposta e nessuna domanda, una certezza e nessun dubbio.
Se riuscissi a sincronizzare le mie inspirazioni e le mie espirazioni con il ticchettio delle lancette, forse potrei controllarlo davvero, il tempo. Forse potrei fare in modo di rallentarlo o accelerarlo. Già lo faccio, in un certo senso. Penso a quanto lentamente passi il tempo quando trattengo il fiato, quando vivo in apnea, penso a quanto corra quando mi accelera e lo incanalo nel tuo orecchio, lo riscaldo.
Mi passo le mani sulla pancia, sui fianchi. Le infilo tra il maglione e la pelle e mi sembra di infilarle sotto strati di assenza. O di presenza. Non ci sono più io, io ci sono, finalmente, inizio a esserci.
Cosa c’è?
Sto scrivendo.
Mi stavi guardando.
E allora?
Bastava dirlo.
Non si sentiva?
No.
Impara.
Non è difficile. La prossima volta presta attenzione non solo ai suoni, ma anche a ciò che vedi. Non ti stavo guardando, ti stavo attraversando. Se hai sentito il bisogno di coprirti non è certo per il freddo, ma perché la tua schiena ha percepito il modo in cui la stavo spogliando e aprendo, per passarti in mezzo, arrivare alla finestra, senza muovermi dal letto.
Imparami. Il momento in cui muoio coincide con quello in cui rinasco, solo a te è stata concessa l’occasione di assistere alla mia fine e al mio inizio. Crescerò molto in fretta, se non sarai abbastanza veloce finirò col sovrastarti. Potrei schiacciarti per sbaglio, come fossi una formica. Dimostrami che non mi sono sbagliata, che non mi sto sbagliando. Tienimi la mano mentre chiudo gli occhi per l’ultima volta e asciuga le mie prime lacrime. Piangi la mia morte e la mia vita. Fa’ quello che vuoi, ma non condannarci.
[*]
